pozzo di petrolio

Analisi – Luigi De Paoli (Bocconi): 2015 annus horribilis per l’industria petrolifera?

AGI Energia ha intervistato Luigi De Paoli, professore ordinario di Economia dell’energia e economia ambientale all’Università Bocconi di Milano, chiedendo un’analisi sullo scenario degli ultimi mesi e le previsioni per quello a venire per l’industria petrolifera. Di seguito il suo contributo/ link al suo contributo.

L’andamento del prezzo del petrolio e del clima sono i due elementi che hanno caratterizzato il 2015 per chi guarda allo scorrere del tempo dal punto di vista energetico. Esamineremo dapprima brevemente il secondo fenomeno per concentrarci poi maggiormente sul primo in quanto il prezzo del petrolio rimane, seppure in misura attenuata rispetto al passato, la bussola del settore energetico.

L’anno 2015 è stato il più caldo dal 1880 sia sulla terra che sugli oceani. Nel 2015 la temperatura media terrestre è stata superiore di 0,87 °C rispetto alla media del ventesimo secolo (vedi tab. 1). Per tutti gli scienziati (la grandissima maggioranza) che accettano che il clima si sta riscaldando e che la causa principale è l’attività umana questa accelerazione del riscaldamento globale non è che una conferma dell’esigenza di mettere in pratica politiche di riduzione delle emissioni di gas serra. La CoP21, svoltasi a Parigi tra il 30 novembre e il 12 dicembre, ha affrontato questo problema cercando di rendere più serio e più ambizioso l’impegno dei singoli Paesi. L’Accordo di Parigi, pur se accompagnato da dichiarazioni politiche altisonanti, non può ancora essere considerato come una sicura svolta nelle politiche mondiali di lotta ai cambiamenti climatici. Tuttavia è indubbio che le politiche energetiche e climatiche appaiono sempre più legate e che anche le ondate di caldo come quelle verificatesi nel 2015 aiutano ad accrescere la consapevolezza del problema da parte dell’opinione pubblica e l’accettazione degli interventi per “decarbonizzare” l’economia. Si sta quindi facendo strada l’idea che i combustibili fossili non potranno essere estratti completamente per vincoli climatici. Questo elemento avrà sempre più peso sui mercati energetici a cominciare da quello del carbone per continuare con quello petrolifero, anche se la sostituzione del petrolio nei trasporti appare una sfida molto impegnativa.

Non è stato però il clima, bensì un perdurante squilibrio tra l’evoluzione della domanda e dell’offerta che ha mantenuto il prezzo del petrolio nel 2015 su livelli molto depressi, anche se oscillanti. Come ormai tutti sanno, infatti, l’unico elemento stabile del prezzo del petrolio è la sua instabilità. L’ultimo quadrimestre del 2014 aveva visto il prezzo del greggio scendere da circa 100 a 50 dollari al barile ($/bl) prendendo a riferimento il prezzo del paniere di greggi OPEC (vedi fig. 1). A gennaio 2015 c’era stata una discesa fino a sfiorare 40 $/bl, ma poi il prezzo era risalito e si era portato attorno ai 60 $/bl nei mesi di maggio e giugno. Poi una nuova discesa fino a 40 $/bl tra inizio luglio e fine agosto. A questo punto una nuova fase di relativa stabilità con il prezzo oscillante tra 40 e 50 $/bl tra settembre e metà novembre. Con l’avvicinarsi della fine dell’anno però il prezzo ha subito un nuovo crollo e il 6 gennaio 2016 l’OPEC basket price si è portato sotto i 30 $/bl per la prima volta dall’inizio 2004.

Questo andamento da montagne russe non può certo nascondere il dato di fondo: il prezzo medio del petrolio ha subito un crollo sia che si guardi al valor medio (il basket price dell’OPEC nel 2015 è stato di 49,49 $/bl contro i 100-110 $/bl nei quattro anni precedenti) sia che si guardi al valore puntuale (il prezzo era di 51,78 $/bl il 2 gennaio 1915 e 31,27 $/bl il 31 dicembre). E’ chiaro che un tale livello dei prezzi mette in grave difficoltà sia i Paesi esportatori che le compagnie petrolifere e, ancora di più, ha pesanti riflessi sugli investimenti upstream. Eppure anche nel 2015 la produzione di petrolio e condensati è cresciuta più della domanda (2,7 milioni di barili al giorno (Mb/d) la produzione, 1,9 Mb/d la domanda) secondo i dati provvisori dell’IEA. Come spiegare che a fronte del crollo dei prezzi i produttori non abbiano deciso di ridurre la produzione?

Come è noto, le decisioni sul livello di produzione di petrolio sono soggette anche a criteri politici, tuttavia crediamo che ci siano ragioni economiche sufficienti per spiegare gran parte di quanto è accaduto.

La “spiegazione economica” si può basare su due elementi: il bisogno di reddito di quasi tutti i produttori e la differenza tra costi di produzione di breve e quelli di lungo periodo. La teoria del “target revenue” è stata proposta per primo da James Griffin dopo i primi due shock petroliferi per spiegare il comportamento di alcuni Paesi Opec in opposizione alle teorie che consideravano che l’aumento del prezzo del petrolio fosse dovuto a un comportamento cartellistico dell’OPEC. Se alcuni Paesi hanno come obiettivo un certo livello di reddito derivante dalla vendita di petrolio e se il prezzo, spinto da una crescita della domanda, sale e permette loro di raggiungere tale obiettivo, perché dovrebbero continuare ad aumentare la loro produzione? Al crescere del prezzo tali paesi smetterebbero di cercare di produrre di più e anzi potrebbero essere spinti a produrre di meno. Se questa teoria funziona quando i prezzi salgono, è chiaro che può funzionare anche quando i prezzi scendono. Se si verifica una discesa dei prezzi che porta i Paesi “con obiettivo di reddito” a non raggiungere il traguardo prefissato, essi cercheranno di aumentare la loro produzione e così facendo faranno crollare ancora di più il prezzo. Questo comportamento si addice ancora di più alle compagnie petrolifere che devono cercare di ripagare i loro creditori e che si sono abituate a distribuire lauti dividendi: a fronte di una discesa dei prezzi, esse cercano di produrre il più possibile perché, anche se non coprono i costi pieni di produzione, finché il prezzo del barile supera il costo marginale di produzione la differenza è un margine operativo necessario per sopravvivere. Il costo marginale di produzione non comprende infatti i costi di esplorazione né gli investimenti per la produzione e quindi possono essere decisamente più bassi di quelli di lungo periodo.

Tutto questo contribuisce a spiegare perché, nonostante il dimezzamento del prezzo del petrolio, la produzione di greggio ha continuato a crescere anche nel 2015. Man mano che il prezzo scende, però, cominciano a non diventare può sostenibili alcune produzioni anche se i produttori cercano disperatamente di tagliare i costi operativi (e di sviluppo). Evidentemente un livello del prezzo compreso tra 40 e 60 dollari al barile, come si è verificato nel 2015, non è stato sufficiente a tagliare né la produzione dei Paesi OCSE, né quella extra-OCSE né tanto meno quella dell’OPEC (secondo i dati IEA). Ma con un prezzo intorno ai 30 dollari al barile sarà ancora così? E’ difficile che la produzione da sabbie asfaltiche canadesi o una quota di tight oil americano possano resistere a lungo. In particolare bisognerà tenere sotto osservazione l’andamento della produzione americana di tight oil. Nel 2015 gli impianti di perforazione nelle regioni dove si produce petrolio non convenzionale sono diminuiti del 60%, ma la produzione è diminuita solo del 12% su base annua (ma ha cominciato a scendere solo da maggio 2015). Quanta produzione resisterà però a un prezzo al di sotto dei 35 $/bl?

Per spiegare quanto è successo, alle considerazioni economiche si debbono aggiungere quelle di natura politica. Sarebbe infatti miope ignorare che in campo petrolifero alcune decisioni sono ispirate da interessi politici generali, includendo in questa categoria anche la difesa dei propri interessi in un orizzonte temporale di lungo termine. A tale riguardo in campo occidentale si guarda di solito all’OPEC accusato di restringere l’offerta quando i prezzi salgono e di non ridurla quando i prezzi scendono (come è avvenuto nel 2014 e 2015). In ambito OPEC non sono invece rare le voci che dipingono gli Stati Uniti come il motore dell’andamento del mercato che sarebbe guidato da obiettivi politici di quel Paese. Limitandosi qui a considerare il comportamento OPEC, bisogna osservare che è stata l’Arabia Saudita sia nel 2014 che nel 2015 ad opporsi alla reintroduzione delle quote tra gli Stati membri e al taglio della produzione. La ragione di tale atteggiamento è che l’Arabia ha un interesse sia interno che esterno all’OPEC nel mantenere (o accrescere) il suo livello di produzione. All’interno dell’OPEC reintrodurre le quote di produzione vorrebbe dire dover lasciare più spazio all’Iran dopo la fine dell’embargo visto che l’Iran ha più che dimezzato il suo export tra il 2011 e il 2015 (a causa dell’embargo per il suo programma nucleare). All’esterno dell’OPEC l’Arabia Saudita ha già sperimentato negli anni Ottanta le conseguenze di una difesa del prezzo mediante il taglio della propria produzione. Nel 1980 l’Arabia Saudita produceva 9,9 milioni di barili al giorno (Mbl/d) ma per difendere il prezzo aveva ridotto progressivamente la sua produzione fino a 2,5 Mbl/d nel 1985. A quel punto, non avendo quasi più margini di manovra, il prezzo era crollato e la sua lunga difesa non aveva fatto altro che stimolare l’incremento della capacità produttiva al di fuori dell’OPEC che avrebbe poi portato a una quindicina d’anni di prezzi bassi. Per non ripetere quell’esperienza, soprattutto se in prospettiva, come si è detto all’inizio, una parte del petrolio dovesse rimanere sotto terra o essere estratto tra molti decenni per ragioni di lotta ai cambiamenti climatici, l’Arabia deve impedire uno sviluppo massiccio di produzione in nuove aree o con tecnologie costose. Un basso prezzo del petrolio esclude automaticamente lo sviluppo massiccio di produzione nell’offshore profondo o in aree ostili come quelle artiche, ma probabilmente anche del tight oil al di fuori di paesi come gli Stati Uniti dove vi sono condizioni industriali e normative particolarmente favorevoli.

Questa situazione potrà provocare tra qualche anno un rimbalzo anche importante del prezzo del petrolio in quanto il crollo del prezzo sta provocando un drastico taglio degli investimenti sia di esplorazione che di sviluppo, ma sembra arduo ipotizzare oggi, a meno di avvenimenti quali crisi geopolitiche gravi, una forte risalita del prezzo del petrolio in tempi rapidi. L’aspettativa è quindi che il 2016 porterà certamente altre vistose oscillazioni del prezzo del petrolio, ma l’industria petrolifera dovrà continuare ad attraversare un periodo molto difficile di ristrutturazione