Prezzo petrolio | torna sopra i 50 dollari

Il prezzo del petrolio risale sopra quota 50 dollari

Motivazioni e previsioni sull’andamento dei prezzi

Il prezzo del petrolio torna sopra 50 dollari dopo sette mesi nei quali si erano rincorse le previsioni più fosche sulle prospettive del mercato. Dall’Agenzia Internazionale per l’Energia alla Goldman Sachs, la tesi prevalente era che l’eccesso di offerta avrebbe pesato sulle quotazioni ancora a lungo.

L’analista Dennis Gartman aveva addirittura asserito che sarebbe morto prima di rivedere un barile a un prezzo maggiore di 44 dollari. E il tentativo di raggiungere un accordo tra produttori su un congelamento congiunto dell’output, con il “tavolo di Doha” aperto lo scorso gennaio, era naufragato miseramente, soprattutto per via delle frizioni tra l’Arabia Saudita e l’Iran.
Fu Riad, non intenzionata a perdere quote di mercato a favore di russi o statunitensi (fu il boom dello shale a cambiare le carte in tavola) a spingere il cartello a non tagliare la produzione, in quel fatidico vertice Opec del novembre 2014, sebbene l’offerta stesse aumentando. La logica era chiara: il crollo del prezzo del petrolio che sarebbe inevitabilmente scaturito dalla decisione avrebbe favorito i produttori del Golfo Persico, i cui costi di produzione sono i piu’ bassi del mondo. La lotta al ribasso non scoraggiò però i concorrenti. I russi si misero a pompare greggio a ritmi che non si vedevano dai tempi dell’Urss e i produttori di shale americani dimostrarono un’efficienza e una resistenza sulle quali nessuno avrebbe scommesso. Nel frattempo erano state rimosse le sanzioni all’Iran, tornato sul mercato con tutta la forza delle sue colossali riserve e con l’obiettivo di raddoppiare la produzione a 4 milioni di barili al giorno, i livelli precedenti le restrizioni economiche.

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Dai minimi da 12 anni al prezzo di 27 dollari dello scorso gennaio la tendenza al rialzo era stata lenta ma costante. Mentre, nei primi mesi del 2016, la telenovela di Doha impegnava tutti gli addetti ai lavori, il mercato, silenziosamente, ricominciava a muoversi sulla base dei fondamentali, un meccanismo che era saltato del tutto. Alla fine del 2015, un Medio Oriente in fiamme non riusciva a spostare di un cent prezzi un tempo sensibilissimi alle crisi geopolitiche. Pochi anni prima, bastava una dichiarazione troppo tranchant di un leader dell’area per far correre gli acquisti. L’immediata reazione delle quotazioni a fattori come i devastanti incendi che minacciano le installazioni petrolifere dell’Alberta o il calo superiore alle attese delle scorte settimanali Usa segnala quindi che qualcosa è cambiato e si può iniziare a parlare di segnali di stabilizzazione.
E’ difficile prevedere se l’attuale prezzo reggerà. Quel che è certo è che ai produttori non basta ancora. Due giorni fa il ministro dell’Energia del Qatar, Mohammed bin Saleh al-Sada, aveva affermato che era necessario un barile a 65 dollari per garantire la ripresa degli investimenti, calati in maniera spaventosa negli ultimi trimestri. Solo allora si potrà parlare di un vero ribilanciamento. Se i prezzi hanno ricominciato a salire è anche perchè il calo delle nuove scoperte e degli investimenti è stato tale da porre il serio rischio di uno shock negativo sull’offerta nel medio periodo.